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Il Tempio Malatestiano
La Fabbrica
del Tempio
La Fabbrica del Tempio nasce come Laboratorio diffuso di educazione e formazione all’arte, alla creatività e al senso di cittadinanza “intorno” al Tempio Malatestiano di Rimini, finalizzato alla promozione di cambiamenti in grado di generare pensieri e comportamenti nuovi, più responsabili e e consapevoliverso il patrimonio culturale, artistico e religioso.
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La Basilica Cattedrale di Rimini
La Basilica Cattedrale di Rimini
La Basilica Cattedrale di Rimini è uno degli edifici simbolo dell’Umanesimo italiano, un capolavoro di solenni forme rinascimentali che si erge nel centro storico di Rimini, meglio conosciuta, a partire dal ‘700, come “Tempio Malatestiano” in memoria della famiglia di Sigismondo Pandolfo Malatesta che intorno alla metà del Quattrocento ha profondamente trasformato la costruzione, affidando all’architetto Leon Battista Alberti i lavori.
All’interno del Tempio sono conservati il crocifisso di Giotto (la cui datazione risale intorno al 1300 ca) e un mirabile dipinto di Piero della Francesca (1451) che ritrae Sigismondo Pandolfo Malatesta inginocchiato davanti a San Sigismondo, con i tratti di Sigismondo imperatore di Lussemburgo che nel 1433, di ritorno da Roma, si fermò a Rimini per nominare cavaliere il Malatesta.
Un’opera incompiuta
La costruzione, sia all’interno sia all’esterno, appare palesemente incompiuta: l’interruzione dei lavori, intorno al 1460-61, fu determinata dai contrasti fra il pontefice Pio II (Piccolomini) e Sigismondo Pandolfo Malatesta, conclusisi con la scomunica di quest’ultimo nel 1460, e la perdita di gran parte dei territori dello Stato Pontificio, tra Romagna e Marche, sotto il suo diretto controllo.
Sicuramente, l’incompiutezza dell’edificio appare come la cifra distintiva di questo mirabile monumento, e al visitatore, che vi si avvicina dall’esterno, tale incompiutezza appare con chiarezza proprio dalla facciata, rimasta non definita, del registro del piano superiore, sopra le colonne “del Tempio”. Ma questa incompiutezza, oggi, può essere assunta come valore aggiunto, come una dinamicità in divenire, in cui è lo stesso visitatore che entrando nel Tempio, con l’ausilio dell’app, ne “completa la visione” – una visione anche soggettiva, ma legittima – “forgiando” così una piccola pietra interpretativa modellata proprio attraverso una “dimensione esperienziale” vissuta all’interno di questo luogo, ciascuno con la propria disponibilità di tempo, per una visita fugace, oppure aperta ad approfondimenti tematici.
Un cammino verso la luce

Va osservato che le prime sei cappelle (comprese le due piccole sagrestie simmetriche), che appartengono al progetto originario voluto da Sigismondo Pandolfo Malatesta, vanno lette, per i loro contenuti iconografici, a due a due, frontalmente.
Ciò consente di percepire quello che è un vero e proprio itinerario della mente verso Dio: un itinerario che partendo dalla “fortificazione” della virtù conduce verso la “sfera” della luce perfetta, attraverso un’articolazione dello spazio interno che procede dalla porta d’ingresso fino allo spazio in cui una grande cupola (mai realizzata) avrebbe dovuto innestarsi a conlusione della navata, al di sotto della quale doveva trovarsi l’altare (rimando simbolico a Cristo).
Antistante il presbiterio e sottostant la cupola doveva trovarsi un’iconostasi, sopra la quale si trovava il crocifisso di Giotto, attualmente collocato in fondo all’abside settecentesca, di fatto ricostruita dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale.
Questa, dall’ingresso, la sequenza ordinata degli spazi:
“spazio della virtù”,
“spazio della santità”,
“spazio della lode”,
“spazio della contemplazione” e
“spazio della luce” o della Gloria di Dio.
La caduta di Sigismondo

Dopo la caduta di Sigismondo Pandolfo Malatesta i Francescani dovettero con le loro sole forze completare alla meglio l’edificio, che era ancora senza tetto, abside e campanile. Dopo la soppressione dei Francescani e la distruzione dell’antica cattedrale di Santa Colomba, per ordine di Napoleone il titolo di cattedrale passò al Tempio Malatestiano (1809).
Durante la seconda guerra mondiale l’edificio è stato colpito da numerose bombe che l’hanno scoperchiato e hanno distrutto l’abside, le cappelle settecentesche, le sagrestie e l’antica suppellettile liturgica, frantumato balaustre e altari, danneggiato alcuni bassorilievi e il paramento esterno. Anche il convento francescano adiacente al Tempio, allora in gran parte adibito a Museo Civico, è stato distrutto. La ricostruzione e i restauri, resi possibili anche da un consistente contributo del “Comitato americano per il restauro dei monumenti”, si sono conclusi con la riconsacrazione avvenuta nel 1950.
In vista dell’anno giubilare del Duemila – coinciso con il 450° anniversario di fondazione ufficiale dell’edificio e del 50° della sua ricostruzione – un nuovo generale restauro, eseguito con il concorso dello Stato e della Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini, ha restituito al Tempio Malatestiano l’antico decoro e ha permesso il parziale recupero dell’originaria policromia.
Esterno

Tutto il paramento lapideo esterno, realizzato fra il 1450 e il 1460, è frutto dell’intervento progettuale dell’architetto umanista Leon Battista Alberti; doveva servire a dare solennità ‘moderna’ e solidità ad una semplice chiesa francescana che da tempo ospitava le sepolture dei Malatesti. È ispirato ai princìpi costruttivi e alle forme dell’architettura romana imperiale, che a Rimini aveva lasciato due esempi molto ammirati: l’Arco d’Augusto e il Ponte di Tiberio; e costituisce la prima interpretazione “classica” di una chiesa cristiana. A questo proposito va messo in evidenza che proprio l’adozione, nella facciata di una chiesa, dell’immagine di un tempio non è solo testimonianza di un umanesimo attento alla riscoperta dell’eredità classica (che dal piano delle humanae litterae si trasferisce all’ambito del linguaggio architettonico), ma appare quale espressione “teologicamente” coerente e contestuale di quella identità di Cristo – Tempio così chiaramente esplicitata nel Vangelo di Giovanni, là dove si legge che Gesù, indicando il suo corpo, esclama: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere» (2,19), mentre nel libro dell’Apocalisse vi è scritto che nella Gerusalemme celeste non vi sarà alcun tempio, in quanto «il Signore Dio, l’Onnipotente e l’Agnello sono il suo tempio» (21,22).
Interno

L’interno è caratterizzato da un’unica navata con capriate in vista, affiancata da otto cappelle e da un’ampia abside. Sembra che l’Alberti avesse previsto per la navata una copertura a botte, ed una grande cupola al termine della navata. Ora nell’abside, ricostruita nel dopoguerra, è conservata l’unica consistente opera dell’antica chiesa trecentesca: un grande Crocifisso dipinto su tavola da Giotto intorno all’anno 1300; e nell’attigua cappella di sinistra, anch’essa ricostruita, l’unica testimonianza dell’originaria dedicazione francescana della chiesa: una tela con San Francesco che riceve le stimmate, dipinta nel 1548 da Giorgio Vasari per l’abside.
Le rimanenti sei cappelle sono quattrocentesche; le caratterizzano balaustre marmoree alte e sporgenti, archi e finestre gotiche, rivestimenti marmorei, bassorilievi e statue. Tutte le opere di scultura del Tempio sono da attribuire al fiorentino Agostino di Duccio, che con le sue maestranze vi ha lavorato per un decennio, almeno fino al 1456; l’assetto architettonico-decorativo invece è dovuto al veronese Matteo de’ Pasti, medaglista, miniatore, architetto e sovrintendente di tutte le costruzioni volute da Sigismondo. I temi delle figurazioni che ornano le cappelle sono stati suggeriti dagli eruditi di corte e svolti sulla base di ricerche condotte da umanisti del calibro di Basinio da Parma, Roberto Valturio, Poggio Bracciolini.
L’impronta malatestiana è forte in tutte le parti dell’edificio, segnato da elementi araldici, da iscrizioni e sigle (“SI”) malatestiane. A questa impronta e allo sfoggio di forme classiche e di citazioni erudite l’edificio deve la sua fama di “Tempio pagano”, accolta e ampliata da Pio II, che fra i molti – veri e presunti – misfatti di Sigismondo incluse anche questa costruzione. In realtà si tratta di un primo, inedito tentativo di dare forme classiche a un edificio cristiano e a raffigurazioni plastiche di significato tradizionalmente cristiano: infatti anche le immagini apparentemente più profane, quelle che esprimono la bellezza e la perfezione del firmamento (i pianeti e i segni dello zodiaco) e il lavoro dell’uomo (le arti liberali) erano ben presenti nelle chiese fin dall’epoca alto medievale: ma certamente mai erano state raffigurate in forme così fantasiose e nello stesso tempo così cariche di richiami all’antichità.
Giotto
Il Crocifisso di Giotto, dipinto a tempera e oro su tavola, viene datato dalla critica intorno al 1300 circa, tra l’esperienza del cantiere della Basilica di Assisi e il mirabile capolavoro della Cappella degli Scrovegni a Padova. Di fatto, quest’opera si configura quale modello nel territorio riminese, capace di sollecitare, congiuntamente all’influenza di una più antica cultura adriatico-orientale di matrice bizantina, il sorgere di quell’esperienza artistica, la cosiddetta scuola riminese del Trecento, irradiatasi in un contesto geografico che, oltrepassando i confini locali della Romagna, si è estesa alle Marche e al Veneto. Questo Crocifisso rappresenta una mirabile novità, non solo per il suo realismo anatomico ed espressivo, che caratterizzerà la successiva produzione artistica in ambito Occidentale, ma per la capacità di Giotto, più di altri, di reinterpretare il modello del Cristus Patiens di derivazione bizantina, declinandolo in una prospettiva “umana” e “divina” al contempo, alla stregua di quella spiritualità francescana – e in particolare di San Francesco – per cui il Crocifisso “incarna” sia l’umanità sofferente del Salvatore, sia il momento della sua Gloria.
Piero della Francesca
Nell’ultima cappella a destra della Cattedrale – appartenente a quella parte della chiesa realizzata nel XVIII sec. poi ricostruita in seguito ai bombardamenti della seconda guerra mondiale – è stato posizionato, più recentemente, l’affresco di Piero della Francesca (1415-20 ca. – 1492), proveniente dalla Cella delle Reliquie, e realizzato nel 1451. Si tratta di San Sigismondo Pandolfo Malatesta in preghiera davanti a San Sigismondo. San Sigismondo è rappresentato seduto in trono – posto su di un alto podio nella parte sinistra del dipinto – mentre regge, con la mano sinistra, la sfera simbolo del dominio regale, mentre con la destra impugna uno scettro. Sigismondo Pandolfo Malatesta, al centro del dipinto, appare inginocchiato in preghiera, raffigurato di profilo, secondo un’iconografia ripresa dalla medaglistica romana. Nella parte destra, in una finestra ad oblò, è rappresentato Castel Sismondo, segno manifesto del dominio del Malatesta sulla città, mentre sotto il tondo, sono dipinti, accovacciati, due levrieri, cani nei confronti dei quali il Malatesta nutriva una particolare passione. L’intera scena si inquadra all’interno di un’aula particolarmente luminosa, ricca di paramenti decorativi e scandita da lesene che rimandano sicuramente all’interno del Tempio, così come Piero della Francesca doveva averlo visto proprio al momento della sua costruzione.
Leon Battista Alberti
Relativamente alla chiesa francescana, in origine le intenzioni di Sigismondo Pandolfo Malatesta di trasformarla erano assai più modeste di quanto poi venne attuato: gli interventi avrebbero dovuto riguardare solamente la costruzione di due cappelle gentilizie (volgarmente cappelle di famiglia) sul fianco destro, i cui lavori erano cominciati nel 1447; si scelse di seguito – per motivi sia di carattere devozionale (un voto fatto da Sigismondo Pandolfo Malatesta), sia celebrativi (un luogo che celebrasse Sigismondo e la famiglia dei Malatesti), e sia anche statico (i lavori inizialmente avviati avevano messo in forse la stabilità della costruzione) – di intervenire su tutto l’edificio richiedendo un progetto più ampio a Leon Battista Alberti, architetto-umanista vicino agli ambienti della curia romana e ad alcune delle principali corti italiane, tra cui quella estense.
Informazioni
Orari
La visita al Tempio Malatestiano è libera e viene interdetta solamente durante le funzioni religiose che si tengono nei seguenti orari: giorni festivi 11.00 e 17.30; giorni feriali e prefestivi 17.30.
Le visite turistiche sono sospese da mezz’ora prima delle celebrazioni liturgiche fino al termine delle stesse.
| Lunedì | 8.30-12.00 | 15.30-18.30 |
| Martedì | 8.30-12.00 | 15.30-18.30 |
| Mercoledì | 8.30-12.00 | 15.30-18.30 |
| Giovedì | 8.30-12.00 | 15.30-18.30 |
| Venerdì | 8.30-12.00 | 15.30-18.30 |
| Sabato | 8.30-12.30 | 15.30-19.00 |
| Domenica | 9.00-12.30 | 15.30-18.30 |
Giorni di Indulgenza plenaria
24 giugno – Anniversario della concessione del titolo di Basilica
29 giugno – Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo
22 settembre – Solennità della Dedicazione
14 ottobre – S. Gaudenzo, Patrono della Città e della Diocesi di Rimini
29 dicembre – Solennità di S. Colomba, Titolare
Un giorno, una volta all’anno, scelto da ciascun fedele
Condizioni
- Visita alla Basilica Cattedrale;
- Partecipazione alla S. Messa o alle Lodi o almeno recitare il Padre nostro e il Credo;
- Preghiera secondo l’intenzione del Sommo Pontefice;
- Confessione e comunione eucaristica entro alcuni giorni.
L’indulgenza plenaria può essere invocata anche nei seguenti giorni:
II Domenica di Pasqua – Domenica della Divina Misericordia
2 agosto – Perdono di Assisi (chiesa francescana)
Contatti
Rettore della Basilica Cattedrale, Cerimoniere
Tognacci don Giuseppe
Sacrestia
+39 0541 51130
Segreteria diocesiana
+39 0541 1835100
segreteria@diocesi.rimini.it
Tempio Malatestiano
Via IV Novembre, 35
47921 Rimini RN
